io e noi

Maria Consiglia Santillo – Roberta Ulivari

“E’ la medesima vita a renderci vivi tutti poiché un’unica madre ci ha generato. Dove abbiamo imparato a dividerci così?”

Kabir

Individuazione dei processi che hanno prodotto la condizione di ‘Assenza di Riconoscimento dei Diritti Umani’

La comprensione del processo che ha prodotto la condizione di ‘assenza di riconoscimento dei Diritti Umani’ richiede una breve osservazione sulla storia dell’umanità a partire dalle Origini.

In principio era l’Uno….. “E Dio creò l’Uomo a sua Immagine e Somiglianza…..”: Dio e l’Uomo creato a sua immagine e somiglianza, rappresentano il Principio Unitario Originario che precede la vita così come noi la conosciamo, è il Nucleo di Energia Cosciente che, in seguito, ha dato origine all’esplosione chiamata Big Bang.

E poi il Principio Unitario Originario si è articolato nella Dualità….. “…..Maschio e Femmina li creò”. La dualità è il presupposto essenziale perché abbia origine la vita: essa nasce infatti dall’interazione del principio Maschile e di quello Femminile, la Coscienza che si incarna nella Materia/Energia prendendo ‘Corpo’ nella dimensione Spazio/Temporale. Tale differenziazione, contenuta però all’interno di un progetto unitario originario, se da un lato è essenziale perché nasca la Vita, dall’altro costituisce il fondamento di tutte le coppie di opposti che trovano il loro potente archetipo nell’Opposizione del Bene e del Male: è la metafora del “Mangiare il Frutto dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male”.

E’ a questo punto che si instaura il terreno fertile perché si realizzi il passaggio dalla condizione di ‘Differenziazione’ alla illusione della ‘Divisione’. Dove c’è divisione si instaura un vissuto di vulnerabilità: “Adamo si scopre nudo” e tale stato di insicurezza conduce alla condanna dell’altro percepito come il responsabile di tale condizione: “E’ stata Lei”, e al desiderio di acquisire nuovamente una posizione di sicurezza e di potere.

Ciò determina la perdita dello stato di beatitudine che scaturisce dal vivere in una condizione di Unione col Tutto, per entrare in un processo di ‘differenziazione’ sempre più articolato che incrementa il vissuto di ‘divisione’ e quindi di paura: è il processo della ‘Manifestazione’ che realizza il principio della ‘Immanenza’ il quale parte dal livello dell’Uno Tutto per arrivare a quello della Realtà Manifesta, parte dall’Uno per arrivare al Molteplice: è la Metafora della “Cacciata dal Paradiso Terrestre”.

I due angeli a guardia del Paradiso perché Adamo ed Eva non possano tornare indietro, Metafora del “Paradiso Perduto”, esprime un principio universale molto importante: in una visione di tipo circolare, per poter tornare all’origine il ciclo deve compiersi pienamente attraversando tutte le esperienze contemplate dal processo previsto nella dinamica del ciclo fino alla sua conclusione.

La ‘Storia della Creazione’, che si realizza attraverso il processo della ‘Manifestazione’ esprimendo il principio della ‘Immanenza’, può essere osservato, in forma traslata, anche nello sviluppo del singolo individuo: a tal proposito è sempre bene sottolineare che viviamo in un Universo Olografico.

Nei primi nove mesi di vita è l’Uno. Il bambino, in questo periodo, non percepisce alcuna differenza tra mondo interno e mondo esterno: vive, infatti, in un rapporto di tipo simbiotico con la realtà che lo circonda. Anche sul piano biologico il bambino, in questa fase, non dispone di un proprio sistema immunitario: è sotto la protezione degli anticorpi materni. L’investimento messo in atto in questo periodo è di natura esclusivamente Narcisistica (siamo nel periodo del Narcisismo Primario) ed è accompagnato da un vissuto di Onnipotenza.

Dopo questo periodo, l’Unità lascia il posto alla Dualità: il bambino struttura un proprio sistema immunitario diventando, sul piano biologico, indipendente dalla madre. In questo momento comincia a percepire anche la differenza tra sé e la figura materna, tra il mondo interno e quello esterno. A questo punto comincia ad istaurarsi la coppia di opposti ‘oggetti buoni’ e ‘oggetti cattivi’ sia rispetto al mondo interno che a quello esterno: la differenziazione che va articolandosi, si struttura nell’illusione della divisione che condiziona fortemente il rapporto con la realtà e il tipo di relazione oggettuale che è fondata, in questo periodo, sulla Idealizzazione/Svalutazione.

E’ in questa fase che si comincia a sentire l’esigenza di difendersi dall’altro. E’ qui che si creano le basi perché, in seguito, si strutturi un Sé Corazzato che può essere alla base di un vissuto e, conseguentemente, di un’azione aggressiva, fino a giungere alla affermazione del proprio potere sull’altro come obiettivo prioritario (il Sé Corazzato lascia il posto ad un Sé Invidioso). In tale condizione l’altro non è percepito come una persona che ha bisogni, desideri, obiettivi propri: l’altro ha valore solo in relazione alla sua funzione strumentale.

Il superamento di questa posizione implica il completamento del processo di sviluppo che porterà alla percezione dell’altro come individuo avente una esistenza indipendente e non funzionale alla soddisfazione dei proprie esigenze: una persona con bisogni, valori, desideri, obiettivi propri che vanno riconosciuti e rispettati.

Questa breve analisi ci aiuta a rispondere alla domanda di Kabir “Dove abbiamo imparato a dividerci così?”

L’inevitabile e arricchente Processo di Differenziazione, che si è trasformato in una esigenza irrinunciabile nel momento storico attuale, si impone ormai alla nostra attenzione creando sempre maggiori resistenze ai cambiamenti che tale processo implica. Tali resistenze al cambiamento sarebbero normali e superabili se non fossero strumentalizzate dal Sistema che, ispirandosi al principio “dividi et impera”, nutre tali resistenze per creare divisioni e conflitti sempre più profondi.

Perché tale realtà, così ovvia, non si evidenzia alla nostra attenzione? A causa dei Klesha (Inquinanti Mentali) esposti nei Yoga Sutra di Patanjali.

Il primo Klesha, ‘Avidya’, la Nescienza, indica la impossibilità di percepire la realtà nella sua vera natura a causa della mancanza di conoscenza diretta della stessa. Non siamo più capaci di percepire l’Uno dietro la realtà che ci circonda, non percepiamo più lo stato di  ‘Originazione Dipendente’ o di ‘Interdipendenza Funzionale’ di tutti i fenomeni, evidenziato dalla Filosofia Buddista. E per quale motivo ciò avviene?

La risposta a questa domanda la troviamo nel secondo Klesha, ‘Asmita’, che indica l’Identificazione con l’Io. Siamo, infatti, fortemente identificati con i ‘Veicolo’ che consentono alla nostra ‘Coscienza’ di esprimersi. Ci identifichiamo, quindi, con la nostra specie, la nostra razza, la nostra cultura, la nostra famiglia, la nostra professione, il nostro status, ecc.. Quanto più ci ‘identifichiamo’, tanto più ci ‘dividiamo’ perché non riusciamo a vedere e concepire la possibilità di ‘differenziarci’ all’interno di una dimensione unitaria che si ispiri ad un modello di tipo organico. In questa prospettiva il modello del nostro corpo insegna: un organismo che si articola in unità altamente specializzate le quali interagiscono e cooperano avendo come obiettivo l’interesse della totalità ….. nella consapevolezza che solo la ‘ vita del tutto’ può garantire la ‘vita di ogni singola parte’.

La nescienza e la condizione di divisione che origina dalla identificazione con l’Io sono alla base degli altri due klesha, opposti ma complementari: ‘Raga’, l’Attaccamento a ciò che crea gratificazione, piacere, che si percepisce come affine e ‘Dvesa’, l’Avversione per ciò che procura frustrazione, dolore, che si percepisce come non affine. Attaccamento e Avversione sono il prodotto della impossibilità di comprendere la condizione di ‘impermanenza’ di tutti i fenomeni che noi viviamo quando siamo in uno stato di identificazione con l’Io e, al contempo, lo stato di ‘interconnessione’ degli stessi: ciò che in un determinato momento si percepisce come gratificante, affine,  potrebbe non essere sempre così e, tra l’altro, è ‘diverso’ ma non ‘diviso’ da ciò che si percepisce come frustrante, non affine. Lo stesso dicasi per il contrario.

Prodotto degli stessi fattori è anche l’ultimo klesha, ‘Abhinivesa’, l’Attaccamento alla Vita, traducibile come ‘Paura della Morte’ che costituisce il fondamento ed il nutrimento di tutte le altre paure. E’ da tale paura di fondo che origina il bisogno e la ricerca della sicurezza che induce un atteggiamento difensivo nei confronti dell’altro, percepito come diverso e quindi pericoloso, tanto da determinare una situazione in cui ci sono ovunque eserciti armati fino ai denti pronti a scontrarsi per motivi che, il più delle volte, non sono veramente comprensibili neanche per loro.

Identificazione dei processi  che possano innescare una “Presa di Coscienza” sulla necessità di tale riconoscimento, unica possibilità perché si instauri una vera “Cultura di Pace”, presupposto indispensabile per  la “Sopravvivenza del Pianeta”.

Dopo aver percorso il proprio cammino ‘terreno’, cammino che porta alla ‘differenziazione’ che viene erroneamente sperimentata come ‘divisione’, con tutta la fatica e la sofferenza che tale cammino comporta, il circolo si conclude con il ritorno alla condizione originaria: è la Metafora del “Paradiso Ritrovato”, è il “Ritorno alla casa del Padre”, luogo da cui si era partiti, cioè la dimensione dell’Uno.

Tale percorso costituisce il processo della ‘Liberazione’ che realizza  il principio della ‘Trascendenza’.

Come si realizza tale percorso a livello individuale? Non si può assolutamente realizzare attraverso una regressione allo stato originario: ciò determinerebbe una condizione di tipo patologico (“Le acque in cui nuota il mistico sono le stesse in cui affoga lo psicotico”): questo è il motivo per cui i due Angeli messi a guardia alle porte del paradiso impediscono che si possa accedere ad esso tornando indietro.  Quando l’individuo ha portato a compimento il suo sviluppo psichico con la differenziazione che quest’ultimo prevede, sia nel ‘mondo interno’ (varie istanze e dimensioni psichiche) che nel ‘mondo esterno’ (riconoscimento della molteplicità e specificità dei vari oggetti esterni) e, soprattutto, quando ha integrato nella dimensione psichica i vari contenuti del processo di differenziazione, è pronto per intraprendere il percorso che lo riporterà alle origini concludendo il suo cammino evolutivo e chiudendo il cerchio: è il processo di Individuazione che ci riporta in contatto con la nostra vera natura realizzando il “Divieni ciò che sei”.

Tale percorso, che si realizza attraverso la presa di coscienza della nostra vera essenza, permette di realizzare la disidentificazione dai vari ‘veicoli’ che tale essenza utilizza per esprimersi. Al termine di questo processo, ciò che rimarrà è il nostro Sé che dimora nella dimensione dell’Uno. Tale percorso costituisce l’essenza del processo di ‘decondizionamento’, di quel processo, cioè, che ci consente di liberarci da tutti i condizionamenti che affondano le loro radici nella dimensione duale della realtà in cui viviamo. Sono proprio tali condizionamenti, a cui siamo sottoposti da ancor prima che avvenga la nostra nascita e che sono continuamente nutriti e manipolati dal Sistema di Controllo, che danno origine ai Klesha i quali creano le più grosse distorsioni nella nostra visione della realtà: una di queste è, appunto, quella di percepire la ‘Differenziazione’ come ‘Divisione’. Uno dei fenomeni che si realizza durante tale percorso di coscientizzazione è, infatti, proprio la neutralizzazione dei Klesha, presupposto essenziale per l’accesso alla dimensione dell’Uno, non condizionata, non conflittuale, in quanto in tale dimensione non è contemplabile la  divisione.

Definizione delle ‘Aree Sensibili’ su cui incidere attraverso il suddetto processo e Proposte  concrete su ‘Interventi Mirati’ capaci di realizzare il ‘Cambiamento’ auspicato, che garantisca il ‘Riconoscimento dei Valori e dei Diritti Umani’. 

Quali sono le aree in cui il sistema di controllo si introduce per creare condizionamenti? Sono prevalentemente le seguenti:

  • i mass-media;
  • i social network;
  • le varie strutture che si occupano della formazione ai vari livelli;
  • gli ordini professionali.

Qual è la strategia utilizzata per mantenere vivi tali condizionamenti? E’ appunto il ‘Dividi et Impera’, strategia vincente per impedire che dal confronto possa emergere una evoluzione della conoscenza che conduca ad una presa di coscienza capace di sviluppare forze dal basso, dalla massa, potenzialmente pericolose per il potere del sistema in quanto capaci (proprio perché consapevoli) di eludere il controllo  esercitato dallo stesso.

A questo punto bisogna interrogarsi su quali siano le aree e le modalità di intervento che consentano di attualizzare concretamente il processo di decondizionamento.

In primo luogo è importante realizzare una diffusione di conoscenza, mirata ad una presa di coscienza, sulla modalità di funzionamento del Sistema. Quando parlo di modalità di funzionamento del Sistema parlo anche e soprattutto della modalità con cui noi stessi funzioniamo, a tutti i livelli.  Il Maestro Sun nell’Arte della Guerra, infatti, afferma che solo la conoscenza di sé e del nemico può condurre alla vittoria certa.

I canali attraverso i quali dovrebbe diffondersi questo tipo di conoscenza sono elettivamente tre:

  • i mass-media;
  • i social network
  • la creazione di occasioni di incontro (Convegni, Conferenze, Seminari ecc.)

E’ infine importante che tutte le persone, le organizzazioni e i gruppi che lavorano in questa direzione, sebbene con modalità differenti, operino in modo sinergico e creino occasioni di incontro per confrontarsi sul loro lavoro. L’unica strategia efficace per opporsi a quella che si ispira al principio ‘Dividi et Impera’ è appunto la strategia che si ispira al principio opposto ‘L’Unione fa la Forza’.

Solo in questo modo è possibile gettare le fondamenta perché il processo di differenziazione avvenga nella consapevolezza di essere, come le nostre cellule, ‘Unità Altamente Specializzate e Coscienti’ che operano all’interno di un Tutto Unitario e nell’interesse di quest’ultimo, singole unità consapevoli di essere contenute in un Tutto e che contengono, in scala ridotta, il Tutto. Il riconoscimento dei diritti umani, a questo punto, sarà automatico in quanto, essendo la nostra vera natura Unitaria già li conosciamo: si tratta solo di ‘Ri-Conoscerli’.

Nell’attuale  dibattito teorico-politico occidentale si tende a considerare i diritti umani come una sorta di codice etico e giuridico universale, come una forma di ‘religione laica’ . La multiculturalità ci obbliga oggi a rileggere  la sostanza dei diritti umani, evitando di guardarli come concetti giuridici stabili, universali, indivisibili , ma privi  poi di conseguenze pratiche.

Bisogna piuttosto arricchirli in un’accezione contemporanea concreta, che sia giuridicamente compatibile con le contraddittorie dinamiche di incontro e di relazioni umane proposte dall’odierna società multiculturale.

Ragionando secondo questo schema pratico, il problema dei  «nuovi razzismi» può essere concretamente affrontato partendo da un dato di fatto banale: i nostri legislatori si  preoccupano di garantire la  sicurezza dei cittadini e non si curano  di promuovere i diritti umani.

Assecondano  l’idea della pericolosità delle presenze straniere  avvertono  come un’ossessione la minaccia del meticciato: inteso come un’«identità debole, cioè vaga, alla fine una non identità». Per evitare questa conclusione, uomini e donne occidentali vanno recuperando le loro  radici ; approfondiscono quindi i particolarismi identitari  e contrappongono tale rinnovata percezione dell’identità nostra a quella degli altri (che sempre più frequentemente fanno parte della medesima geografia umana).

Le rappresentazioni identitarie sono il frutto di meccanismi antropologici e psicologici che altre scienze hanno ben studiato, e che possiamo dare per presupposti. I nostri giuristi  potrebbero  prendere atto di questi dati pratici, e constatare come tali costruzioni identitarie provocano la perdita delle comuni sembianze umane. Tanto noi quanto bambini – e diventiamo prototipi identitari.

Il tema riguarda ovviamente da vicino le dinamiche migratorie che da sempre mettono in relazione popoli diversi (più o meno lontani ); ma tocca, comunque, anche «le tante trasformazioni della nostra società italiana negli ultimi decenni, indipendentemente dalla componente immigrata», giacché noi stessi italiani siamo diventati multireligiosi e multietnici. Il confronto fra identità si svolge sempre più secondo schemi giuridici securitari di opposizione degli uni contro gli altri, che sottovalutano il primato del principio di uguaglianza e di uguale libertà. Il rispetto dei diritti umani si fa meno stringente e lascia il campo ad analisi di compatibilità fra valori e modelli culturali diversi. I governanti propongono perciò regole tese a respingere l’altro perché non turbi uno status quo già di per sé problematico.

Sebbene in termini statistici non subiamo alcuna invasione barbara, gli ordinamenti giuridici assecondano questa percezione sociale. I diritti umani vengono proclamati, ma non applicati: lo straniero è un’identità dalle sembianze umane, ma non sempre un uomo: lo è se regolare; se però è irregolare o clandestino non gode dei diritti degli uomini.

Tale tensione sociale richiama temi giuridici affrontati nell’ottica del diritto alla diversità o all’identità: un diritto,  appunto, declinato in termini particolari. In questo confronto, primo fra tutti l’affermazione della dignità di ogni essere umano, sulla quale poggiano il principio di uguaglianza – e specialmente di uguaglianza sostanziale – e la conseguente affermazione dei diritti di libertà finiscono per restare compressi, stretti all’interno di una prigione di incomprensioni. Tornano ad essere valori programmatici sacrificati sull’altare del  diritto all’identità e quello alla sicurezza.

Vorrei ora porre l’attenzione alle differenza tra multiculturalità e multiculturalismo.

E’ necessario precisare che multiculturalità e multiculturalismo non sono sinonimi. La multiculturalità indica un riferimento oggettivo: ossia una società composta da gruppi con diverse tradizioni culturali.

Il multiculturalismo designa invece una corrente di pensiero che, partendo da questo dato di fatto, ha sviluppato alcune tesi adatte a trovare formule di convivenza multiculturale. In sostanza, esso indica uno dei possibili approcci alla multiculturalità.

Le tesi multiculturaliste non sembrano adeguate a rispondere alle sfide della multiculturalità. Si fondano su presupposti molto particolari  Le evidenti lacune che emergono sono state in parte superate da Seyla Benhabib professoressa di Teoria politica presso l’università di Harvard, la quale individua bene il pericolo di «reificare le identità». Di renderle cioè immodificabili, trasformando i soggetti in oggetti. In particolare,le tesi multiculturaliste  evitano – in modo più o meno esplicito e consapevole – di porre al centro delle tensioni operanti nelle società multiculturale la sfida del rispetto delle libertà e dei diritti di tutti gli uomini e le donne. Si servono piuttosto delle differenze per consolidare atteggiamenti di rivendicazione identitaria che innescano un paradossale effetto boomerang: le identità non si incontrano ma si scontrano, non si intrecciano ma si giustappongono, appunto senza connettersi. E tutto questo nonostante le persone ed i popoli siano meno territorialmente radicati di un tempo: le società sono già multiculturali; il meticciato è già un fatto: ha prodotto una società più liquida.

In definitiva. nella vita concreta gli uomini e le donne  si incontrano, si parlano, evolvono ed involvono, cambiano le loro idee ed i loro costumi. In estrema sintesi sono i padroni delle regole del gioco e possono modificarle secondo le esigenze che si rilevano nel tempo.

Questo significa dare spazio all’ipotesi interculturale.

Le culture non sono entità autonome o statiche.

La nostra tendenza a considerarle fisse – come se esistessero vere e proprie fratture o linee di demarcazione che le separano – costituisce uno dei principali ostacoli al dialogo interculturale.

Le appartenenze culturali sono fenomeni complessi ed articolati, eterogenei anche al loro interno. I gruppi non si presentano necessariamente stabili e monolitici; i loro membri non sono obbligatoriamente espressione di un’unica cultura. Ogni identità soggettiva si costruisce in relazione con gli altri, e ciascuno diventa un riferimento necessario per la definizione della nostra identità.

Se il multiculturalismo immagina solo passaggi bidirezionali da un gruppo all’altro, attraverso dinamiche di assimilazione o di integrazione, l’ipotesi interculturale immagina l’agibilità di relazioni complesse, all’interno delle quali ogni persona non solo si trova a subire le relazioni del proprio gruppo con altri gruppi, ma vive una propria relazione col gruppo cui appartiene. E dentro questa relazione vive collegamenti con altre persone ed altri gruppi.

Per questo le identità personali sono molteplici , ed in definitiva ognuno può scegliere la propria (ovviamente, se è messo in condizione di scegliere!). Le identità non dipendono solo da fatti esterni ed inevitabili, ma anche da scelte personali che producono opzioni molteplici, passaggi pluridirezionali, lo sviluppo di una rete di relazione di tipo dinamico e selettivo.

Infatti “chi dice interculturale dice necessariamente – se dà tutto il suo senso al prefisso inter-interazione – scambio, apertura, reciprocità, solidarietà obiettiva. Dice anche, dando il pieno senso al termine cultura, riconoscimento dei valori, dei modi di vita, delle rappresentazioni simboliche alle quali si riferiscono gli esseri umani, individui e società, nelle loro relazioni con l’altro e nella loro comprensione del mondo, riconoscimento delle loro diversità, riconoscimento delle interazioni che intervengono di volta in volta tra i molteplici registri di una stessa cultura e fra differenti culture, nello spazio e nel tempo”

Perciò una persona non è la sua cultura. L’identità non dice un’appartenenza, ma racconta una storia. L’intercultura racconta queste storie e mette in relazione queste identità: ci fa cambiare ed insieme restare noi stessi.

Le culture, come gli esseri umani, non esistono se non in relazione le une alle altre.

L’educazione interculturale rifiuta sia la logica dell’assimilazione, sia la costruzione ed il rafforzamento di comunità etniche chiuse ed è orientata a favorire il confronto, il dialogo, il reciproco arricchimento entro la convivenza delle differenze. Più che la conoscenza che abbiamo degli altri, è la nostra capacità di ascolto, di flessibilità cognitiva, di empatia, di umiltà e di ospitalità che determina il successo del dialogo interculturale.

L’interculturalità è una risposta educativa, è l’ intenzione di entrare in questo mondo “altro”, è l’intenzione di ‘darci una mano’, di conoscerci. (ultima diapositiva)  E’ il desiderio di ascoltare e di farsi conoscere, visto che camminiamo sullo stesso marciapiede, abitiamo nello stesso condominio, viviamo nella stessa comunità, frequentiamo la stessa scuola.

Il dialogo è possibile solo se si condivide un presupposto decisivo:

quello per cui bisogna riconoscere che la parola appartiene alla natura stessa di ogni uomo indistintamente; la parola è il mediatore; su questo concordano i Veda e il Vangelo di Giovanni. Non c’è comprensione tra gli esseri umani senza la parola.

Categories: Altro ,Dr.ssa M.C. Santillo ,Meditazione e Psicologie Orientali ,Psicologia del profondo e Psicoterapia Psicoanalitica (MCS)


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