La Paura fa Paura: gli “Attacchi di Panico”

scritto da Maria Consiglia Santillo
Nov 16

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Dr. ssa Maria Consiglia Santillo

“L’unica cosa di cui avere paura è la paura”

(Franklin Delano Roosevelt)

Quando si parla di ‘attacco di panico’ ci si riferisce ad una condizione parossistica in cui, improvvisamente e in assenza di fattori scatenanti obiettivi, l’individuo sperimenta uno stato intenso di ansia, vissuto in modo drammatico tanto da fissarsi nella memoria in modo indelebile, accompagnato da un quadro sintomatico che coinvolge la dimensione somatica e psichica.

La comparsa di un singolo episodio di panico non è indicativo della presenza di un disturbo: un’esperienza sporadica può originare da una serie di condizioni (stanchezza e affaticamento di tipo psico-fisico; assunzione di sostanze quali alcool o droghe; patologie di tipo medico di natura endocrina, neurologica, oncologica). L’attacco di panico assume rilevanza sul piano clinico quando si presenta in maniera inaspettata e ricorrente, quando comincia ad insorgere la preoccupazione che possano presentarsi altri attacchi e per le implicazioni e le conseguenze di tali attacchi, quando si evidenzia un’alterazione significativa nella dimensione comportamentale ed esistenziale della persona in seguito all’attacco.

Gli attacchi di panico, pur avendo una durata breve, inducono un elevato livello di angoscia per la sintomatologia correlata. Gli allarmanti sintomi fisici, come soffocamento, vertigini, sudorazione, tachicardia tremore, spesso sfociano in una sensazione di ‘morte imminente’. Sul piano psicologico gli attacchi di panico sono spesso correlati ad ‘agorafobia’, ‘paura di impazzire’ e di ‘perdere il controllo’. Tensione emotiva e terrore intollerabile ostacolano un’adeguata organizzazione del pensiero e dell’azione. In alcuni casi si evidenzia la presenza di depersonalizzazione e derealizzazione. La frequenza degli attacchi fa sorgere la preoccupazione relativa a quando e dove avverrà quello successivo inducendo quasi sempre un’angoscia secondaria di tipo anticipatorio. Dopo l’attacco il paziente appare confuso e prostrato. Tutto ciò sfocia in condotte di evitamento che, per la loro forma generalizzata, interferiscono in maniera marcata sulla qualità di vita della persona riducendola drasticamente.

Una prerogativa degli attacchi di panico è che spesso sembrano emergere dal nulla in quanto non si evidenzia immediatamente la presenza di elementi di natura intrapsichica o ambientale che abbiano la connotazione di fattori scatenanti. Per questo motivo gli attacchi di panico possono apparire privi di contenuto psicologico. I vari studi sull’argomento hanno invece sottolineato che in un’elevatissima percentuale di casi gli attacchi di panico originano da fattori di natura psicodinamica.

I contenuti psicodinamici che emergono con elevatissima frequenza sono i seguenti:

  • Un numero significativo di ‘perdite’ vissute dal soggetto come ‘lutti non elaborati’ di natura sia reale che simbolica.
  • Un ruolo centrale ricoperto dall’ ‘ansia di separazione’ nella storia del soggetto.
  • Una ‘costanza d’oggetto’ scarsamente sviluppata.

Tali contenuti sono indicativi del fatto che, tra i soggetti che presentano attacchi di panico, esiste una significativa condensazione di organizzazioni di personalità di tipo Depressivo: la difficoltà nell’elaborazione delle perdite spesso si accompagna a ‘senso di colpa’ e ‘svalutazione del Sé’. Freud (Lutto e melanconia, 1917) presentò lo stato depressivo in termini di ‘reazione’ in quanto la specificità del fenomeno non consiste nella perdita in sé ma nel modo in cui la perdita viene registrata, cioè dal tipo di fantasie a livello inconscio e dal tipo di pensieri a livello cosciente che determinano il modo in cui è vissuta la perdita. Freud (Inibizione, sintomo e angoscia, 1925)  individuò nell’ “inappagabile investimento nostalgico” il nucleo specifico della reazione alla perdita dell’oggetto. Tale stato affettivo implica due componenti. La prima, di tipo ideativo, è costituita dalla rappresentazione del desiderio per l’oggetto come desiderio irrealizzabile: la perdita dell’oggetto richiede, quindi, dal punto di vista della soggettività non solo la ‘persistenza del desiderio per l’oggetto’, ma anche la sua rappresentazione come ‘oggetto irraggiungibile’, richiede, cioè, che l’oggetto sia costruito psichicamente come ‘oggetto perduto’. La seconda componente, di tipo affettivo, è costituita da un sentimento doloroso che insorge in seguito alla rappresentazione del desiderio per l’oggetto come desiderio irrealizzabile, l’affetto depressivo, dotato di una qualità specifica: il sentire che un desiderio che occupa una ‘posizione centrale nell’economia libidica’ è irrealizzabile. Freud (1917) fu il primo a confrontare e contrapporre le condizioni depressive (‘melanconia’) al lutto normale: individuò la differenza più significativa tra i due stati nel fatto che nelle normali reazioni di lutto si percepisce il ‘mondo esterno’ impoverito in qualche aspetto importante, mentre nelle condizioni depressive ciò che si sente perduto o danneggiato è una ‘parte del Sé’. In questo senso, quindi, la depressione può essere considerata, per alcuni aspetti, l’opposto del lutto e le persone che vivono un lutto normale non diventano depresse anche se, in una particolare fase che segue la perdita, sono profondamente tristi ( fase del processo di elaborazione del lutto denominata impropriamente ‘depressiva’). Il modello della rabbia rivolta verso l’interno, caratteristica degli stati depressivi, ci aiuta a comprendere come si sviluppino il ‘senso di colpa’ e la ‘svalutazione del Sé’. Le persone depresse, infatti, molto raramente provano una rabbia spontanea o non conflittuale a proprio vantaggio. Essi provano un senso di colpevolezza diffuso, cosciente. Le tendenze depressive originano da esperienze di perdita precoce ma anche da circostanze che rendono difficile al bambino comprendere realisticamente cosa sia accaduto ed elaborarne normalmente il lutto. Se un bambino si sente abbandonato dal padre proverà allo stesso tempo ostilità per l’abbandono ma anche desiderio del padre rimproverandosi per non averlo apprezzato abbastanza quando era presente. Il bambino, inoltre, tenderà a proiettare le proprie reazioni sull’oggetto d’amore che lo abbandona immaginando che sia arrabbiato o offeso. In seguito questa immagine del genitore arrabbiato o offeso, poiché è troppo dolorosa da sopportare e interferisce con la speranza di un’affettuosa riunificazione, viene allontanata dalla coscienza e vissuta come parte cattiva di sé. In risposta a esperienze traumatiche o premature di perdita, quindi, il bambino finirà per idealizzare l’oggetto perduto e assumere in sé tutti gli affetti negativi. La condizione esistenziale di dipendenza del bambino fa sì che, qualora le persone da cui dipende vengano vissute come inaffidabili o male intenzionate, egli si trovi di fronte ad un bivio: accettare questa realtà vivendo in una condizione di paura cronica, oppure negarla convincendosi che la fonte della sua sofferenza sia dentro di lui e quindi che un proprio miglioramento potrà cambiare la situazione. Ciò accade perché qualsiasi sofferenza è comunque più tollerabile di una condizione di impotenza. “L’esperienza clinica dimostra con chiarezza la propensione umana a preferire il senso di colpa più irrazionale al riconoscimento della propria impotenza. Rivolgersi contro il Sé è l’esito prevedibile di una storia di insicurezza emotiva. ….. Le personalità depressive hanno tratto dalla loro esperienza di perdite non elaborate la convinzione che sia stato qualcosa in loro ad allontanare l’oggetto. Hanno trasformato il sentimento di essere rifiutate nella convinzione inconscia di meritare quel rifiuto, di averlo provocato con le proprie mancanze, e che in futuro saranno inevitabili altri rifiuti se qualcuno arriverà a conoscerle intimamente” (N. McWilliams, 1999, pp. 257-261).

La costanza d’oggetto scarsamente sviluppata e l’ansia da separazione sono indicative di ‘difetti primari dell’Io’ dovuti ad una scarsa differenziazione dal non-Io che comporta un insufficiente livello di identità personale e di consapevolezza di sé. Ciò depone per la presenza di una struttura di personalità non evoluta e quindi tendenzialmente ‘Non Nevrotica’ o con tratti non nevrotici molto marcati.

La maggioranza degli studi clinici ha evidenziato l’importanza di approcci psicoterapeutici di tipo psicodinamico nel trattamento degli attacchi di panico. Si è osservato, infatti, che i pazienti, attraverso una terapia espressivo-supportiva di tipo psicodinamico, sono in grado, a lungo termine, di sviluppare un’immagine interiorizzata del loro psicoterapeuta: ciò determina un netto miglioramento degli attacchi di panico e dell’ansia da separazione originate dal vissuto di abbandono, di perdita non elaborata e di inadeguatezza (negato) legati alle figure primarie di accudimento.

Inoltre, la clamorosa regressione degli attacchi di panico in risposta al placebo, conferma il ruolo centrale giocato dai fattori psicologici in questo disturbo.

La combinazione tra terapia farmacologica e psicoterapia è essenziale. Spesso, infatti, i pazienti curati farmacologicamente con successo presentano una riluttanza ad entrare nuovamente nel mondo: il superamento di questo ostacolo necessita di un intervento di tipo psicoterapeutico. In altri casi si registra una scarsa compliance farmacologica che può avere diverse cause (paura di essere stigmatizzati come malati di mente; preoccupazione per gli effetti collaterali del farmaco, problemi legati alla struttura di personalità): anche in questo caso un approccio di tipo psicoterapeutico si rivela essenziale.

Fattori transferali ed elaborazione dei nuclei conflittuali all’origine del disturbo, associati alla prescrizione di un farmaco da parte di un medico interessato, assumono, quindi, un peso significativo nella regressione del disturbo e del quadro sintomatico correlato.

 P. Prini (1989, p. 51) per descrivere l’essenza del vissuto associato all’attacco di panico afferma: “Non è una paura a cui l’uomo può reagire difendendosi o dandosi alla fuga o comunque cercando di salvarsi, come di fronte all’arma di un assalitore, all’apparire minaccioso di un animale o nello sconvolgimento provocato da una catastrofe naturale. Il panico, che  i Greci chiamavano phòbos, è la Paura con la maiuscola che non si precisa in nessun oggetto di riferimento e contro il quale non c’è nulla da fare”. Tale descrizione potrebbe essere sovrapponibile al vissuto di un bambino che, all’interno del suo stato esistenziale di dipendenza dalle figure di accudimento, sperimenta un abbandono, una perdita o un senso di inadeguatezza correlato a queste figure.

L’attacco di panico, quindi, ci rivela soltanto ciò che è stato negato e non elaborato.

Categories: Articoli - Dr.ssa Maria Consiglia Santillo ,Psico-oncologia e Assistenza Socio-Sanitaria; Bio-Antropo-Psico-Somato-Genealogia; Psicologia del Profondo, Psicopatologia e Psicoterapia Psicoanalitica ,Psicologia Clinica


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