perfezione

Maria Consiglia Santillo

“Dio mi guardi dalla perfezione, il peggior genere letterario  che esista.”
(Paul Léautaud)

Se cerchiamo sul vocabolario il termine ‘perfezione’, leggiamo: “Il grado qualitativo più elevato, tale da escludere qualsiasi difetto e spesso identificabile con l’assolutezza o la massima compiutezza”.

La ‘ricerca della perfezione’, intesa in senso stretto, è un fenomeno ascrivibile al narcisismo. Quello che prenderemo in esame saranno tre differenti sfumature che la perfezione, nell’accezione comune con cui il termine viene utilizzato, può assumere: il ‘Perfezionismo’, tipico dell’organizzazione di personalità narcisistica, il ‘Precisionismo’ carattere distintivo della organizzazione di personalità ossessiva, l’ ‘Individuazionismo’, rinvenibile nei disturbi alimentari: anoressia e bulimia.

Perfezionismo e Organizzazione Narcisistica di Personalità

Il perfezionismo (Galimberti, 1999) esprime la tendenza a chiedere a sé stessi e agli altri delle prestazioni al massimo delle proprie e delle altrui possibilità se non addirittura al di sopra delle rispettive capacità allo scopo di soddisfare delle aspirazioni, appartenenti all’Ideale dell’Io, che si fa esigente con l’Io, con la possibilità di generare una situazione conflittuale tra le mete prefissate e le possibilità a disposizione per attuarle. La ricerca della ‘perfezione’ ha, quindi, come obiettivo l’adeguamento ad un ‘modello ideale’ allo scopo di ricevere ‘conferme esterne’.

In tutti è presente un ‘normale’ livello di sensibilità all’approvazione o alla critica che esprime una ‘normale’ suscettibilità relativa alla propria identità personale e al proprio valore. Si definiscono ‘Narcisistiche’ le personalità organizzate intorno al mantenimento della propria autostima attraverso le conferme provenienti dall’esterno: in questo caso la continua ricerca di ‘nutrimento narcisistico’ oscura ogni altro elemento traducendosi in una eccessiva concentrazione su sé stessi. Si tratta di persone soggettivamente vuote, che temono di non essere adeguate e che rimuginano in continuazione su risorse visibili quali bellezza, fama, ricchezza.

La società e la cultura contemporanea, inoltre, rafforzano i problemi narcisistici di natura strutturale: i cambiamenti rapidi, la diffusione dei mass-media, fanno si che l’impressione immediata sugli altri acquisisca molta più importanza della sostanza diventando più reale e sicura del nostro ‘essere autentico’.

Pur presentando le personalità narcisistiche un sostrato comune (paura dell’inadeguatezza, vergogna, debolezza e senso di inferiorità), possono manifestarsi in maniera diversa: molti autori concordano sul fatto che in ogni narcisista fatuo e grandioso si nasconde un bambino impacciato e vergognoso, in ogni narcisista depresso e autocritico è presente un’immagine grandiosa di ciò che la persona potrebbe o dovrebbe essere.

L’aspetto che, in maniera evidente, si impone all’attenzione è che nella vita interiore di queste persone ‘manca’ qualcosa: la ‘vergogna’ e l’ ‘invidia’ sono, infatti, le emozioni principali associate all’organizzazione di personalità narcisistica. La vergogna è il sentimento di essere considerato inadeguato con connotazioni di debolezza, bruttezza, impotenza e, pertanto, presenta come fenomeno connesso l’invidia: se si è interiormente convinti di avere qualche carenza che può essere scoperta, si proverà invidia nei confronti delle persone che si considerano in possesso di quelle risorse che potrebbero compensare le proprie carenze.

Le personalità organizzate narcisisticamente utilizzano due meccanismi difensivi complementari: l’ ‘idealizzazione’ e la ‘svalutazione’:  quando il Sé è svalutato gli altri sono idealizzati, quando il Sé è idealizzato gli altri sono svalutati. La grandiosità che costituisce una delle polarità del mondo interiore del narcisista (per indicarla Kohut utilizza l’espressione ‘Sé grandioso’) può, quindi, essere percepita all’interno di sé o proiettata all’esterno. La posizione difensiva che caratterizza questo ambito di organizzazione di personalità è comunque, come già sottolineato, il ‘perfezionismo’ che si traduce nel perseguimento di ideali irrealistici con due possibili esiti: convincersi di averli raggiunti nel caso sia in atto il meccanismo di idealizzazione del Sé (esito grandioso) oppure reagire al fallimento convincendosi di essere gravemente carenti nel caso sia in atto il meccanismo di svalutazione del Sé (esito depressivo). Il perfezionismo, che porta alla creazione di ideali esagerati necessari per compensare difetti nel senso di sé percepiti con tanto disprezzo che possono essere riparati solo attraverso la perfezione, è destinato, per ovvi motivi, al fallimento riportando in superfice il Sé disprezzato.

Kohut (1971, 1977, 1984) afferma che gli individui con un disturbo narcisistico presentano un arresto, da un punto di vista evolutivo, ad uno stadio in cui hanno bisogno di specifiche risposte dalle persone del loro ambiente per mantenere un Sé coeso. In mancanza di tali risposte si instaura una tenenza alla frammentazione del Sé: questo stato si spiegherebbe, quindi, come la conseguenza di ‘fallimenti empatici’ delle figure genitoriali.

Nell’infanzia di tali persone, inoltre, spesso si riscontra l’importanza centrale che esse avevano per le figure di accudimento, non tanto per ciò che erano ma per la funzione che svolgevano, all’interno di un’atmosfera familiare caratterizzata da un continuo atteggiamento di ‘valutazione’ tanto da rendere difficile il discernimento tra i propri sentimenti reali e lo sforzo per compiacere ed impressionare gli altri.

Le relazioni oggettuali delle persone con organizzazione di personalità narcisistica si fondano sull’uso dell’altro come ‘oggetto sé’, espressione che indica le persone che attraverso la loro approvazione, conferma e ammirazione alimentano il senso di identità e stima del narcisista o come ‘estensione narcisistica del sé’ persone, cioè, vissute dal narcisista come prolungamenti di sé stessi, non percepite nella loro realtà separata, utilizzate per il mantenimento della propria autostima. Il costo che prevede tale orientamento narcisistico è il blocco dello sviluppo della capacità di amare: c’è un profondo bisogno degli altri ma l’interesse per loro è di tipo superficiale.

Una conseguenza del perfezionismo, caratterizzante le personalità organizzate in senso narcisistico, è la tendenza ad evitare sentimenti e azioni che esprimano la consapevolezza sia della fallibilità personale sia di una realistica dipendenza dagli altri. Fondando il senso positivo di sé sull’illusione dell’assenza di difetti e di bisogni, non può essere contemplata la presenza né del senso di colpa né della gratitudine con successivo impoverimento del rapporto con gli altri.

Ciò che caratterizza il narcisismo, quindi, contrariamente e quanto ordinariamente si crede, è il ‘culto dell’immagine di sé’ e non l’ ‘amore di sé’. Un’attenzione eccessiva all’immagine rivela sempre un’assenza di contatto con l’essenza. Il narcisista è, quindi, fondamentalmente una persona ‘sola’, incapace di creare rapporti autentici a causa della perdita di contatto con i suoi sentimenti: non essendo stato rassicurato rispetto al suo ‘senso di esistenza’ e al suo ‘valore’ da quello sguardo amorevole e rassicurante delle figure primarie significative, continua a cercare questo stesso sguardo, per tutta la vita, negli occhi degli altri provando a modellare la sua esistenza sulle loro aspettative. Al contempo usa gli altri come nutrimento narcisistico per soddisfare i suoi bisogni: l’altro non è vissuto come un individuo dotato di una esistenza indipendente con cui stabilire un rapporto fondato sull’amore ….. perché lui stesso, originariamente, non è stato visto dalle figure significative della sua vita come ‘qualcuno da amare’.

Precisionismo e Organizzazione Ossessiva di Personalità

Il precisionismo indica la ricerca dell’ordine e dell’esattezza ed ha come obiettivo la realizzazione del ‘controllo’ su una situazione.

Le organizzazioni di personalità psicologicamente determinate dal pensiero e dall’azione in netta sproporzione rispetto all’area emotivo-sentimentale il cui fine principale è il ‘controllo’, sono definite ossessivo-compulsive. Tra queste alcune investono intensamente il pensiero e sono relativamente indifferenti all’azione, altre, viceversa, investono l’azione con scarso interesse per il pensiero, altre ancora, infine, investono in maniera indistinta sia il pensiero che l’azione: le prime sono definite ossessive, le seconde compulsive, le terze ossessivo-compulsive.

Secondo Freud la prima situazione in cui il bambino deve rinunciare a ciò che è naturale a favore di ciò che e socialmente accettabile è costituita dall’addestramento alla pulizia. L’acquisizione del controllo, dell’ordine, della pulizia e della ragionevolezza prendono il posto dell’assenza di controllo, del disordine, della sporcizia e dell’assenza del controllo sulle emozioni al fine di assicurare il mantenimento dell’identità e dell’autostima. Il conflitto affettivo di base che caratterizza l’organizzazione ossessiva di personalità è tra la ‘rabbia’ per il fatto di essere controllato e la ‘paura’ di essere condannato o punito. La loro affettività è repressa, inaccessibile o razionalizzata: gli unici affetti che riescono ad esprimere sono la rabbia  e la vergogna.

Le difese utilizzate contro pulsioni, affetti e desideri dalle persone che si collocano in ambito ossessivo, sono di tipo cognitivo e vanno dall’ ‘isolamento’ (separare il sentimento dalla conoscenza, il pensiero dagli affetti), che si riscontra soprattutto nelle strutture di personalità più arcaiche, fino alla ‘razionalizzazione’, ‘intellettualizzazione’ e ‘moralizzazione’ che caratterizzano, invece, le strutture di personalità che appartengono a livelli più evoluti. Quelle utilizzate, invece, dalle personalità che presentano un’organizzazione di tipo compulsivo sono di tipo comportamentale. Il principale meccanismo difensivo è l’ ‘annullamento’ (sforzo inconscio di controbilanciare un affetto, solitamente senso di colpa o vergogna, con un atteggiamento o comportamento che magicamente lo cancelli) che costituisce lo sviluppo naturale del ‘controllo onnipotente’. Le organizzazioni di personalità ossessivo-compulsive utilizzano entrambi i meccanismi. Questo gruppo clinico ricorre anche massicciamente alla ‘formazione reattiva’ (conversione di un affetto nel suo opposto) che costituisce un meccanismo difensivo contro l’ambivalenza che caratterizza le personalità organizzate in ambito ossessivo-compulsivo.

La preoccupazione centrale a questo livello di organizzazione della personalità è costituito, come già detto, dal controllo e dalla rettitudine morale: comportarsi bene significa tenere sotto stretto controllo le parti del Sé aggressive, licenziose e bisognose.

Le persone con organizzazione di personalità ossessiva presentano un elevato livello di apprensività se si trovano di fronte ad una scelta da compiere, soprattutto se le implicazioni della scelta sono significative. La tendenza a procrastinare la decisione nel tentativo di stabilire quale sia quella ‘perfetta’, e cioè libera da sensi di colpa e da incertezze, porta molto spesso ad una situazione di paralisi fino al momento in cui le circostanze esterne determineranno la direzione da prendere. L’atteggiamento finalizzato a preservare la propria autonomia sortirà, quindi, proprio nel risultato opposto. Le persone che presentano un’organizzazione di personalità compulsiva, invece, pur presentando lo stesso problema con i sensi di colpa e l’incertezza, danno esattamente la risposta opposta: si lanciano nell’azione prima di considerare le alternative possibili in quanto, per loro, alcune situazioni presentano caratteristiche imperative che esigono specifici comportamenti. La ‘compulsione ad agire’ ha, quindi, sull’autonomia lo stesso effetto della ‘non decisione ossessiva’. Ciò accade perché la scelta implica una responsabilità personale che significa saper tollerare i normali livelli di colpa e vergogna, cosa praticamente impossibile per le personalità organizzate in senso ossessivo-compulsivo.

La prospettiva delle relazioni oggettuali nelle persone il cui sviluppo evolve in senso ossessivo-compulsivo, evidenzia la centralità dei problemi di controllo nella famiglia di origine. Le figure di accudimento  pongono standard molto elevati di comportamento aspettandosi una precoce conformità ad essi e tendono ad essere rigidamente coerenti nel premiare comportamenti corretti e punire condotte scorrette. Il controllo tende ad esprimersi in termini moralistici e colpevolizzanti ed emerge una idealizzazione dell’autocontrollo e del differimento della gratificazione. In alcuni casi si osserva, però, la presenza di un nucleo familiare con caratteristiche opposte rispetto a quelle appena descritte. La privazione totale di chiari standard familiari e di sorveglianza e l’assenza di attenzione da parte degli adulti significativi inducono il bambino, per poter crescere, a trarre dal proprio ambito culturale di riferimento criteri idealizzati di comportamento e affettività che, non essendo stati trasmessi da un modello offerto dal genitore, sono essenzialmente rigidi.

Le personalità ossessivo-compulsive “….. come i masochisti morali, con i quali condividono la tendenza ad un’eccessiva coscienziosità e indignazione, possono alimentare una forma di vanità privata per il rigore delle richieste che fanno a sé stesse. Danno valore all’autocontrollo più che ad altre virtù e amplificano attributi come disciplina, ordine, affidabilità, lealtà, integrità e perseveranza. La difficoltà a sospendere il controllo diminuisce le loro capacità in aree come la sessualità, il gioco, l’umorismo e la spontaneità in genere ….. evitano le situazioni complesse emotivamente cariche in favore di particolari considerati separatamente ….. sentono ogni parola ma non hanno nessuna percezione della musica ….. non possono (inconsciamente non vogliono) vedere la foresta per i proverbiali alberi” (1).

Individuazionismo e Disturbi Alimentari: Anoressia e Bulimia

L’individuazionismo costituisce il principio organizzatore del processo psicodinamico nei disturbi alimentari. Utilizzo il termine ‘individuazionismo’ per indicare la ricerca dell’individuazione, quindi il tentativo di definirsi come soggetto con una propria individualità separata dall’altro.

L’anoressia e la bulimia, nonostante presentino due quadri comportamentali completamente differenti, possono essere considerate espressioni differenziali di un unico disturbo di base.

L’elemento centrale che sul piano diagnostico caratterizza l’anoressia, che letteralmente significa ‘mancanza di appetito’ (dal greco an-òrexis) è costituito da una ricerca ossessiva della magrezza in rapporto al terrore di ingrassare: paradossalmente la fame è fortemente presente anche se negata. Il vissuto di ‘essere grassi’ costituisce una pericolosa minaccia per l’autostima e l’entità del dimagrimento diviene la misura della propria capacità di autocontrollo e quindi del proprio valore personale. Fattore essenziale del disturbo è, infatti, il rifiuto di mantenere un peso corporeo normale: in tutti i pazienti (prevalentemente di sesso femminile e con esordio in adolescenza) si evidenzia la presenza di una percezione alterata delle forme e delle dimensioni corporee che spesso sfociano in una vera e propria dismorfofobia. Ciò viene realizzato attraverso una limitazione drastica della quantità di cibo assunto associato a condotte di eliminazione.

In questi pazienti si evidenzia la presenza di iperattività intellettuale, rigidità mentale, scarsa spontaneità nei rapporti interpersonali, senso di inadeguatezza e disagio nel mangiare in pubblico; è presente una forte limitazione dell’attività sessuale ed una riduzione del livello di estrogeni che può sfociare in un’amenorrea o in un ritardo del menarca, stipsi, dolori addominali e intolleranza al freddo.

Il termine ‘bulimia’ deriva dai termini greci boùs e limòs e significa letteralmente ‘fame da bue’: il sintomo centrale di chi soffre di bulimia sono le ricorrenti abboffate durante le quali si ingerisce un numero abnorme di calorie, attraverso cibo di varia natura, in modo vorace, compulsivo, con scarsa attenzione ai sapori. L’ ‘orgia bulimica’ che avviene in genere in solitudine, continua fino a quando il soggetto si sente ‘pieno da star male’: a questo punto nella maggioranza dei casi vengono messe in atto le condotte di eliminazione oppure, in altri casi, il peso corporeo è mantenuto attraverso un esercizio fisico esagerato o fasi di digiuno successive. Infatti anche per i soggetti bulimici, come per gli anoressici, il metro di regolazione dell’autostima è la forma fisica ed il peso corporeo. A differenza delle anoressiche, le pazienti bulimiche presentano un peso relativamente normale. Un elemento importante che caratterizza le crisi bulimiche è il vissuto di ‘perdita del controllo di sé’ che può arrivare fino alla sensazione di ‘estraniamento’. Dopo la crisi quasi sempre subentra un vissuto depressivo caratterizzato da senso di colpa e autosvalutazione a causa dello scarso controllo sugli impulsi. Anche la bulimia, come l’anoressia, è prevalente nel sesso femminile ma il suo esordio è, in genere, più tardivo (tarda adolescenza o prima età adulta).

La comprensione degli elementi psicodinamici alla base dei disturbi dell’alimentazione non può non tener conto dei significati simbolici e relazionali di cui il cibo è intriso, specie relativamente al legame con la figura materna. I contributi che hanno fatto luce più di tutti gli altri su tali elementi sono quelli di Hilde Bruch (1973, 1978, 1982, 1987). Secondo la Bruch, infatti, il cibo, fin dall’infanzia è mescolato all’esperienza di rapporti interindividuali ed emotivi e, pertanto, non e semplice distinguere tra aspetti fisiologici e psicologici.

Il fatto che nella maggior parte dei pazienti anoressici si riscontra la profonda convinzione di essere impotenti ed inefficaci costituisce una prova del fatto che la preoccupazione relativa al cibo e al peso costituisce una espressione tardiva emblematica di un di un disturbo del concetto di Sé più profondo e primitivo. Questi pazienti vivono una assoluta assenza di autonomia tanto che a volte sentono di non essere in grado di esercitare un controllo nemmeno sulle proprie funzioni corporee: il corpo viene spesso vissuto come ‘separato da sé’, come se appartenesse ai genitori. Il sentimento profondo di non valere nulla viene mascherato dall’atteggiamento che precede la malattia, assumendo una valenza difensiva, di  essere una perfetta, piccola bambina che ha trascorso la vita a compiacere i genitori. L’anoressia, a questo punto, emerge, usando le parole della Bruch (1987), come “tentativo di cura di sé, per sviluppare attraverso la disciplina del corpo un senso di individualità e di efficacia interpersonale. Le anoressiche trasformano la loro ansia e i loro problemi psicologici attraverso la manipolazione della qualità e della dimensione del cibo assunto” (p. 211). La Bruch, infatti individua l’origine del disturbo anoressico in un particolare rapporto tra madre e bambina all’interno del quale la madre utilizza la figlia come estensione narcisistica del Sé. In tale prospettiva il prendersi cura della bambina avviene sulla base dei propri bisogni, non di quelli della bambina. Poiché i segnali della bambina non ricevono risposte di conferma, quest’ultima non può sviluppare un sano senso del Sé. Tutto ciò riceve conferma dalle osservazioni di Masterson (1972, 1977) il quale afferma che il ruolo forzato di ‘bambina perfetta’ che l’anoressica gioca per non essere abbandonata dalla madre, farà sì che col tempo si sviluppi in lei del risentimento. L’anoressia esordirà come forma di ribellione finalizzata all’affermazione del suo vero Sé per lungo tempo sopito.

L’atteggiamento marcatamente difensivo che si riscontra nell’anoressia fa, inoltre, intuire la presenza sotterranea di un potente impulso: Boris (1984) ha sottolineato che il nucleo dell’anoressia e costituito da un’intensa avidità di natura orale. Tale desiderio, in quanto insostenibile, viene gestito attraverso l’identificazione proiettiva: la rappresentazione di sé avida viene trasferita sui genitori. In seguito al rifiuto del cibo da parte della paziente, i genitori diventano ossessionati dalla preoccupazione che mangi: a questo punto sono loro che hanno il desiderio.

Anche alcuni terapeuti della famiglia ( Selvini Palazzoli, 1963; Minuchin, 1978) confermano quanto appena esposto. Minuchin registra la presenza di uno schema di invischiamento nella famiglia degli anoressici: si evidenzia l’assenza di confini generazionali e personali, ciascun membro della famiglia è ipercoinvolto nella vita di ogni altro al punto che nessuno vive un senso di identità separata dal nucleo familiare. Anche la Selvini Palazzoli rileva che le anoressiche non sono state in grado di realizzare una separazione psicologica dalla madre, con il risultato di non aver mai acquisito un senso stabile del proprio corpo il quale viene percepito come se fosse abitato da un ‘cattivo introietto materno’. Il sintomo può avere la funzione di fermare la crescita di questo oggetto interno vissuto come ‘intrusivo’ e ‘ostile’.

Bemporad e Ratey (1985) hanno osservato uno schema di coinvolgimento paterno con le figlie anoressiche. La figura paterna osservata era spesso superficialmente interessato e supportivo ma, sul piano emotivo, tendeva ad abbandonare la figlia ogni volta che questa aveva effettivamente bisogno di lui. Si è anche rilevato che spesso entrambi i genitori di pazienti anoressiche vivono una situazione di delusione rispetto al loro rapporto: la figlia viene utilizzata, quindi, come oggetto-Sé assolvendo la funzione di rispecchiamento e convalida per supportare emotivamente ciascun genitore negando il proprio senso di sé.

Mentre nell’anoressia emerge la presenza di un Io forte e di una istanza Superegoica controllante, nella bulimia si osserva una incapacità generalizzata a differire la scarica degli impulsi a causa di una scarsa forza dell’Io e di un Super-io debole: le abbuffate sono spesso affiancate da altri problemi di tipo impulsivo quali la promiscuità sessuale e l’abuso di sostanze.

Le relazioni oggettuali che caratterizzano la bulimia possono essere considerate l’altra faccia di quelle tipiche dell’anoressia. Le relazioni interpersonali stabilite dalla paziente bulimica sono finalizzate a procurargli danno o punizione da un oggetto esterno. La paziente anoressica tende, invece, a ritirarsi dalle relazioni interpersonali. Minz sottolinea che il bisogno di punizione della paziente bulimica origina da una forte aggressività inconscia nei confronti delle figure genitoriali. Sia nell’anoressia che nella bulimia, quindi, si evidenzia la presenza una grossa rabbia diretta contro le figure genitoriali che impedisce di regolare in maniera soddisfacente le relazioni inducendo entrambe le tipologie di pazienti a spostare i conflitti relazionali sul cibo. Mentre la paziente anoressica esercita un controllo su tale aggressività rifiutandosi di mangiare, la paziente bulimica simbolicamente distrugge e incorpora le persone oggetto della sua aggressività abboffandosi.

Nella storia evolutiva delle pazienti bulimiche, gli autori che se ne sono occupati hanno trovato due elementi costanti: la difficoltà rispetto alla separazione (presente anche nei genitori) e l’assenza di un oggetto transizionale che aiutasse nella separazione dalla madre (Goodsitt, 1983). In questa situazione il corpo stesso può essere usato come oggetto transizionale per inscenare questa separazione (Sugarman, Kurash, 1982): l’ingestione di cibo rappresenta il desiderio di fusione simbiotica con la madre e la sua espulsione un tentativo di separarsi da lei.

In alcuni casi la sintomatologia bulimica rappresenta la concretizzazione dei meccanismi di introiezione e proiezione: l’ingestione e l’eliminazione di cibo riflettono l’introiezione e la proiezione di introietti aggressivi o ‘cattivi’.

Come già sottolineato le pazienti anoressiche, così come quelle bulimiche, durante l’infanzia sono state usate dai genitori come ‘estensioni narcisistiche del Sé’ e ‘oggetti-Sé’ in quanto ciascun membro della famiglia dipende da tutti gli altri per mantenere un senso di coesione. In queste famiglie si registra un elemento particolare: il bisogno di essere visti ‘tutti buoni’. Le qualità inaccettabili dei genitori vengono spesso proiettate sulla bambina che ne diviene depositaria e, identificandosi con queste parti, diventerà la portatrice di tutta l’avidità e l’impulsività della famiglia spostando l’attenzione dai conflitti nei o tra i genitori alla ‘bambina malata’.

Minz (1988) ha osservato che il passaggio  dall’anoressia alla bulimia può avvenire quando la spinta ad abboffarsi diviene talmente potente da abbattere meccanismi difensivi quali la rimozione e il diniego.

E’ inoltre interessante osservare che mentre il comportamento anoressico è ‘egosintonico’, anzi viene spesso esibito, quello bulimico è ‘egodistonico’ e viene sempre nascosto.

Avendo osservato il ruolo fondamentale e centrale giocato dalle difficoltà relative al processo di ‘separazione-individuazione’ nei disturbi alimentari, non si può non dedurre che tali disturbi si riscontreranno più frequentemente nelle strutture di personalità di tipo ‘borderline’. L’intensità della spinta pulsionale e la difficoltà a gestirla adeguatamente può tradursi in un ipercontrollo della stessa (anoressia) o in un’assenza totale di controllo agendola all’esterno (bulimia). Il fatto che le persone affette da disturbi alimentari siano state spesso usate durante l’infanzia come ‘oggetti-Sé’ o ‘estensioni narcisistiche del Sé’ e il ruolo fondamentale che nelle loro dinamiche psichiche riveste il tema del ‘controllo’, ci fa logicamente concludere che troveremo tra questi pazienti una maggiore condensazione di organizzazioni ‘narcisistiche’ e ‘ossessivo-compulsive’ di personalità.

Sulla base di quanto esposto possiamo concludere che i disturbi alimentari non sono altro che il bisogno di vivere la propria vita come ‘individuo’ che ha ‘valore in sé’, che ‘prende corpo’. Quando la parola d’ordine della nostra vita è ‘perfezione!’, per qualsiasi motivo ciò avvenga, rischiamo di distruggere l’essenza della vita stessa.

Umberto Eco afferma che “Capire i linguaggi umani, imperfetti e capaci allo stesso tempo di realizzare quella suprema imperfezione che chiamiamo poesia, rappresenta l’unica conclusione di ogni ricerca della perfezione”.

Categories: Articoli - Dr.ssa Maria Consiglia Santillo ,Psico-oncologia e Assistenza Socio-Sanitaria; Bio-Antropo-Psico-Somato-Genealogia; Psicologia del Profondo, Psicopatologia e Psicoterapia Psicoanalitica ,Psicologia Clinica


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