Non Posso Vivere Senza di Te: l’Amore Dipendente

scritto da Maria Consiglia Santillo
Feb 4

amore-dipendente

di Maria Consiglia Santillo

Quando in ambito psicologico si parla di “dipendenza”, a cosa ci si riferisce specificamente?

Gli Psicologi del Sé sostengono che la vera “indipendenza” non sia possibile in quanto abbiamo tutti bisogno di “Oggetti Sé” per nutrire e regolare la nostra “autostima”, e forse questo in parte è vero. Dobbiamo a questo punto parlare di una “dipendenza fisiologica” e di una “dipendenza patologica”.

Cerchiamo di comprendere meglio la natura della “dipendenza” che definiamo “fisiologica” andando alla ricerca delle sue origini.

Cosa sappiamo della nascita dell’essere umano? Finora ci siamo basati su due ipotesi. Quella “creazionista” e quella “evoluzionista”: ha preso finalmente corpo la terza ipotesi, quella “interventista” che, senza escludere il contributo delle precedenti, spiegherebbe anche l’anello mancante dell’evoluzione.

La recente traduzione letterale della bibbia conferma, infatti, l’ipotesi avanzata già in passato da studiosi di vari ambiti disciplinari: l’Homo Sapiens è un “ibrido genetico” ottenuto dall’unione del DNA di primati e di Esseri altamente evoluti di natura probabilmente non terrestre. Tali Esseri, così come inizialmente l’Homo Sapiens, fatto a loro immagine e somiglianza, erano di natura androgina.

Ad un certo punto dell’esperimento si è deciso di separare la parte maschile da quella femminile lasciando la natura maschile all’Homo Sapiens originario (xy) e clonando un secondo essere umano che avrebbe assunto la natura femminile. Il termine Tzelà usato in Genesi, 2 significa letteralmente “parte laterale curva” o “metà”. Il testo ci dice, quindi, chiaramente che attraverso un intervento chirurgico sono state estratte cellule staminali dalla cresta iliaca (“parte laterale curva”) dell’uomo con le quali è stata clonata la donna: per fare ciò sono state usate le cellule x degli eterosomi maschili (“metà”) che sono andati a costituire le cellule degli eterosomi femminili (xx).

Perché è stata presa la decisione di dividere la parte maschile da quella femminile nell’essere umano? La risposta possiamo trovarla nel “Mito dell’Androgino” di Platone. Sintetizziamo quanto riportato nel capitolo XIV del Simposio.

All’inizio gli esseri umani erano Androgini, cioè portatori in sé stessi di entrambi i generi sessuali: maschile e femminile.

Gli uomini possedevano forza e vigore terribili e straordinaria superbia tanto da costituire una minaccia per gli Dei, non tranquilli rispetto a questi uomini troppo simili a loro.

Gli Dei si consultarono tra loro in cerca di una soluzione per porre fine a tale pericolo e l’idea vincente è quella di Zeus: dividere in due gli esseri umani, separando la parte maschio dalla parte femmina.

In tal modo oltre a privare gli esseri umani del loro straordinario potere creativo che tanto li preoccupava, gli Dei avrebbero goduto di un numero doppio di servitori.

L’ipotesi “interventista” ha chiarito tanto la nostra origine sul piano biologico e antropologico, quanto la natura di quella che abbiamo definito “dipendenza fisiologica”, nello specifico del rapporto di coppia. Qual è il traslato psicologico di tale origine?

Innanzitutto la sensazione di essere “individui a metà” che ricercano l’Integrità, e quindi il vissuto di “completezza” originario, attraverso l’unione con un rappresentante dell’altro sesso vissuto come complementare. In seconda battuta l’impronta che ha lasciato in noi lo stato androgino originario: la parte complementare alla nostra identità di genere è presente, seppure a livello inconscio, in tutti noi e con questa si articola seguendo dinamiche differenti sulle varie dimensioni.

Essendo il maschile e il femminile i due principi fondamentali che danno origine alla vita, essi devono essere presenti anche sul piano psichico in ciascun individuo, indipendentemente dal suo sesso biologico, perché la vita psichica possa “essere”. La Psicosintesi di Assagioli utilizza l’espressione “polarità psicosessuali” per indicare la dualità che caratterizza l’anatomia psichica dell’essere umano.

Jung designò con il termine Anima “il femminile che fa parte dell’uomo come sua femminilità inconscia” e con il termine Animus “il maschile che fa parte della donna come sua maschilità inconscia”. Hillman, invece, fa coincidere il concetto di “Anima” con quello di “femminile” e il concetto di “Animus” con quello di “Maschile” da intendersi, quindi, come polo Femminile e Maschile della psiche umana: a questo punto si evidenzia la coincidenza tra la sua posizione e quella espressa da Assagioli quando parla di “polarità psicosessuali”.

Per comprendere meglio questi due termini dobbiamo definire la tipologia di energia che li impregna. Il “principio energetico maschile” è una forza di tipo “centrifugo” che informa, penetra, propone, orienta. Il “principio energetico femminile” è una forza di tipo “centripeto” che trasforma, riceve, accoglie, da forma.

Ma come si articolano il maschile e il femminile nella dimensione psichica? Sempre secondo la Psicosintesi la psiche si articola a quattro livelli diversi ma interconnessi: fisico, emotivo/affettivo, mentale e transpersonale.

Sul piano fisico l’uomo è maschile (nel senso di attivo, propositivo, che porta all’esterno), la donna è femminile (nel senso di passivo, ricettivo, che porta all’interno): questa particolarità è evidente se pensiamo alle dinamiche relative alla dimensione sessuale/genitale.

Sul piano emotivo, invece, l’uomo è femminile (nel senso di passivo, ricettivo, che porta all’interno), la donna è maschile (nel senso di attivo, propositivo, che porta all’esterno): anche in questo caso l’osservazione della dinamiche relative alla dimensione emotiva evidenzia questa caratteristica specifica.

Sul piano mentale l’uomo torna ad essere maschile e la donna femminile (sempre nel senso sopra inteso): le dinamiche sul piano mentale, infatti, evidenziano processi inversi rispetto a quelli registrati sul piano emotivo nell’uomo e nella donna.

Sul piano transpersonale, infine, la donna diviene nuovamente propositiva, attiva, orientata verso l’esterno esprimendo il suo maschile e l’uomo diviene nuovamente ricettivo, passivo, orientato verso l’interno esprimendo il suo femminile.

Quale meraviglioso gioco alchemico quello tra maschile e femminile che, attraverso la complementarietà, anelano al ritorno allo stato androgino originario!

Quando parliamo dell’inevitabile dipendenza dagli altri, soprattutto nel rapporto di coppia, ci riferiamo, in effetto ad uno stato che può essere definito di “interdipendenza” e “complementarietà”.

Parlare di “dipendenza patologica” è un’altra cosa: in questo caso nella persona emerge un eccessivo bisogno che ci si prenda cura di lei accompagnato da un comportamento sottomesso e adesivo al fine di mantenere i legami.

La comunicazione nell’ambito della famiglia d’origine di tali persone sottolinea continuamente l’idea che l’indipendenza è fonte di pericolo. Le figure genitoriali sono generalmente altamente intrusive e tendono a rifiutare i figli ogni volta che mettono in atto un comportamento orientato alla separazione e all’indipendenza.

Da più parti si parla di “disturbo di personalità dipendente”. La mia valutazione è che si tratti, più che di uno specifico disturbo di personalità, di un tratto generalmente presente in alcune organizzazioni di personalità: quella “narcisistica”, quella “isterica” e quella “depressiva”.

Dipendenza e Organizzazione di Personalità Narcisistica

Si definiscono “Narcisistiche” le personalità organizzate intorno al mantenimento della propria autostima attraverso le conferme provenienti dall’esterno: in questo caso la continua ricerca di “nutrimento narcisistico” oscura ogni altro elemento traducendosi in una eccessiva concentrazione su sé stessi. Si tratta di persone soggettivamente vuote, che temono di non essere adeguate e che rimuginano in continuazione su risorse visibili quali bellezza, fama, ricchezza.

Pur presentando le personalità narcisistiche un sostrato comune (paura dell’inadeguatezza, vergogna, debolezza e senso di inferiorità), possono manifestarsi in maniera diversa: molti autori concordano sul fatto che in ogni narcisista fatuo e grandioso si nasconde un bambino impacciato e vergognoso, in ogni narcisista depresso e autocritico è presente un’immagine grandiosa di ciò che la persona potrebbe o dovrebbe essere.

L’aspetto che, in maniera evidente, si impone all’attenzione è che nella vita interiore di queste persone manca qualcosa: la vergogna e l’invidia sono, infatti, le emozioni principali associate all’organizzazione di personalità narcisistica. La vergogna è il sentimento di essere considerato inadeguato con connotazioni di debolezza, bruttezza, impotenza e, pertanto, presenta come fenomeno connesso l’invidia: se si è interiormente convinti di avere qualche carenza che può essere scoperta, si proverà invidia nei confronti delle persone che si considerano in possesso di quelle risorse che potrebbero compensare le proprie carenze.

Kohut (1971, 1977, 1984) afferma che gli individui con un disturbo narcisistico presentano un arresto, da un punto di vista evolutivo, ad uno stadio in cui hanno bisogno di specifiche risposte dalle persone del loro ambiente per mantenere un Sé coeso. In mancanza di tali risposte si instaura una tenenza alla frammentazione del Sé: questo stato si spiegherebbe, quindi, come la conseguenza di “fallimenti empatici” delle figure genitoriali.

Nell’infanzia di tali persone, inoltre, spesso si riscontra l’importanza centrale che esse avevano per le figure di accudimento, non tanto per ciò che erano ma per la funzione che svolgevano, all’interno di un’atmosfera familiare caratterizzata da un continuo atteggiamento di “valutazione” tanto da rendere difficile il discernimento tra i propri sentimenti reali e lo sforzo per compiacere ed impressionare gli altri.

Le relazioni oggettuali delle persone con organizzazione di personalità narcisistica si fondano sull’uso dell’altro come “oggetto sé”, espressione che indica le persone che attraverso la loro approvazione, conferma e ammirazione alimentano il senso di identità e stima del narcisista o come “estensione narcisistica del sé” persone, cioè, vissute dal narcisista come prolungamenti di sé stessi, non percepite nella loro realtà separata, utilizzate per il mantenimento della propria autostima. Il costo che prevede tale orientamento narcisistico è il blocco dello sviluppo della capacità di amare: c’è un profondo bisogno degli altri da cui “dipendono” per mantenere il proprio senso di identità e la propria autostima, ma l’interesse per loro è di tipo superficiale.

Ciò che caratterizza il narcisismo, quindi, contrariamente e quanto ordinariamente si crede, è il “culto dell’immagine di sé” e non “l’amore di sé”. Un’attenzione eccessiva all’immagine rivela sempre un’assenza di contatto con l’essenza. Il narcisista è, quindi, fondamentalmente una persona “sola”, incapace di creare rapporti autentici a causa della perdita di contatto con i suoi sentimenti: non essendo stato rassicurato rispetto al suo “senso di esistenza” e al suo “valore” da quello sguardo amorevole e rassicurante delle figure primarie significative, continua a cercare questo stesso sguardo, per tutta la vita, negli occhi degli altri provando a modellare la sua esistenza sulle loro aspettative. Al contempo usa gli altri come nutrimento narcisistico per soddisfare i suoi bisogni: l’altro non è vissuto come un individuo dotato di una esistenza indipendente con cui stabilire un rapporto fondato sull’amore ….. perché lui stesso, originariamente, non è stato visto dalle figure significative della sua vita come “qualcuno da amare”.

Dipendenza e Organizzazione di Personalità Isterica

Le persone orientate in senso Isterico presentano una marcata “labilità affettiva”, hanno un temperamento forte e sono ipersensibili e molto socievoli.

A causa dei meccanismi di “rimozione” e “sessualizzazione”, possono essere molto seduttive ma inconsapevoli del richiamo sessuale implicito nel loro comportamento.

Quando si sentono insicure o temono il rifiuto assumono atteggiamenti indifesi e infantili disarmando chi potrebbe rifiutarle o trattarle male. Questo è il risultato di un altro meccanismo difensivo messo spesso in atto dalle personalità organizzate su un livello isterico: la “regressione”.

Si è osservato spesso che le figure paterne di donne orientate in senso isterico sono al contempo minacciose e seduttive e inoltre svalutanti verso le figure femminili. Le figure materne sono generalmente inadeguate.

Tutto ciò conduce alla sensazione che la propria Identità Sessuale sia “problematica”.

La percezione che l’altro sesso sia avvantaggiato crea un paradosso. Nonostante la sensazione che il “potere” sia  fondamentalmente maschile il loro modo di apparire e incontrovertibilmente femminile.

La ricerca continua di attenzioni e la profonda dipendenza da queste ultime ha il significato inconscio di una rassicurazione circa la propria accettabilità soprattutto rispetto al proprio genere sessuale.

L’immagine di Sé è quella di un bambino piccolo, timoroso e imperfetto che affronta la vita al meglio delle sue possibilità in un mondo dominato da “altri potenti” ed estranei.

La loro manipolazione è mirata alla ricerca di sicurezza e accettazione per stabilizzare la propria autostima: le personalità Narcisistiche sviluppano, infatti, una profonda dipendenza nei confronti di coloro che sono disposti a fornirgliele fino alla quasi totale abnegazione.

Dipendenza e Organizzazione di Personalità Depressiva

I contenuti psicodinamici che emergono con elevatissima frequenza nelle personalità organizzate in senso depressivo sono i seguenti:

  • Un numero significativo di “perdite” vissute dal soggetto come “lutti non elaborati” di natura sia reale che simbolica.
  • Un ruolo centrale ricoperto dall’ “ansia di separazione” nella storia del soggetto.
  • Una “costanza d’oggetto” scarsamente sviluppata.

La difficoltà nell’elaborazione delle perdite si accompagna a  “senso di colpa” e “svalutazione del Sé”.

Freud (Lutto e melanconia, 1917) presentò lo stato depressivo in termini di “reazione” in quanto la specificità del fenomeno non consiste nella perdita in sé ma nel modo in cui la perdita viene registrata, cioè dal tipo di fantasie a livello inconscio e dal tipo di pensieri a livello cosciente che determinano il modo in cui è vissuta la perdita.

Il modello della rabbia rivolta verso l’interno, caratteristica degli stati depressivi, ci aiuta a comprendere come si sviluppino il “senso di colpa” e la “svalutazione del Sé”. Le persone depresse, infatti, molto raramente provano una rabbia spontanea o non conflittuale a proprio vantaggio. Essi provano un senso di colpevolezza diffuso, cosciente. Le tendenze depressive originano da esperienze di perdita precoce ma anche da circostanze che rendono difficile al bambino comprendere realisticamente cosa sia accaduto ed elaborarne normalmente il lutto. Se un bambino si sente abbandonato dal padre proverà allo stesso tempo ostilità per l’abbandono ma anche desiderio del padre rimproverandosi per non averlo apprezzato abbastanza quando era presente. Il bambino, inoltre, tenderà a proiettare le proprie reazioni sull’oggetto d’amore che lo abbandona immaginando che sia arrabbiato o offeso. In seguito questa immagine del genitore arrabbiato o offeso, poiché è troppo dolorosa da sopportare e interferisce con la speranza di un’affettuosa riunificazione, viene allontanata dalla coscienza e vissuta come parte cattiva di sé. In risposta a esperienze traumatiche o premature di perdita, quindi, il bambino finirà per idealizzare l’oggetto perduto e assumere in sé tutti gli affetti negativi.

La condizione esistenziale di dipendenza del bambino fa sì che, qualora le persone da cui dipende vengano vissute come inaffidabili o male intenzionate, egli si trovi di fronte ad un bivio: accettare questa realtà vivendo in una condizione di paura cronica, oppure negarla convincendosi che la fonte della sua sofferenza sia dentro di lui e quindi che un proprio miglioramento potrà cambiare la situazione. Ciò accade perché qualsiasi sofferenza è comunque più tollerabile di una condizione di impotenza. “L’esperienza clinica dimostra con chiarezza la propensione umana a preferire il senso di colpa più irrazionale al riconoscimento della propria impotenza. Rivolgersi contro il Sé è l’esito prevedibile di una storia di insicurezza emotiva. ….. Le personalità depressive hanno tratto dalla loro esperienza di perdite non elaborate la convinzione che sia stato qualcosa in loro ad allontanare l’oggetto. Hanno trasformato il sentimento di essere rifiutate nella convinzione inconscia di meritare quel rifiuto, di averlo provocato con le proprie mancanze, e che in futuro saranno inevitabili altri rifiuti se qualcuno arriverà a conoscerle intimamente” (N. McWilliams, 1999, pp. 257-261).

La costanza d’oggetto scarsamente sviluppata e l’ansia da separazione sono indicative di “difetti primari dell’Io” dovuti ad una scarsa differenziazione dal non-Io che comporta un insufficiente livello di “identità personale” e di “consapevolezza di sé”. Questo spiegherebbe, insieme alla svalutazione del Sé”, il costante vissuto di “incapacità” ad affrontare le situazioni che la vita presenta e, di conseguenza, la dipendenza totale di tali personalità dagli altri, soprattutto nel rapporto di coppia: esse riescono a muoversi nella vita solo se sostenute e accompagnate da qualcun altro.

La “dipendenza” in ambito clinico può quindi assumere varie sfaccettature a seconda della motivazione che la determina: ricerca dell’approvazione e ammirazione altrui per mantenere integra la propria autostima e il senso del Sé, ricerca di accettazione e conferma da parte delle persone di sesso opposto per rassicurarsi sull’accettabilità e  valore del proprio genere sessuale di appartenenza, ricerca di sostegno da parte degli altri per affrontare le situazioni che la vita presenta vissute come troppo grandi per poter essere affrontate con le proprie scarsissime risorse. Ciò che emerge chiaramente è la profonda distanza tra le motivazioni legate alla dipendenza definita “patologica”, orientate prevalentemente alla sopravvivenza, e quella legata alla dipendenza che abbiamo definito “fisiologica” mirate alla ricerca dell’Integrità Perduta attraverso la Complementarietà per potersi immergere in modo elettivo in quella meravigliosa avventura che chiamiamo Vita.

Categories: Articoli - Dr.ssa Maria Consiglia Santillo ,Psico-oncologia e Assistenza Socio-Sanitaria; Bio-Antropo-Psico-Somato-Genealogia; Psicologia del Profondo, Psicopatologia e Psicoterapia Psicoanalitica ,Psicologia Clinica


Commenti non abilitati in questa pagina.
Però sulla nostra pagina facebook oppure su twitter puoi contattarci.

Tweets di @CSPsyche

Questo sito utilizza una serie di cookie tecnici e di terze parti. Continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookie da parte nostra. Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi